Covid 19: sifde e opportunità nella progrmmazione delle attività di prevenzione dell'infezione da Sars Cov 2

Salve, sono la dottoressa Annalisa Rosso, sono un medico igienista e lavoro presso la ASL Roma 2, l'azienda sanitaria locale Roma 2. Sono un dirigente medico presso l'unità operativa complessa a tutela degli immigrati e stranieri. Immagino venga da chiedersi perché un medico che lavora presso la UOC tutela degli immigrati e stranieri sia in questo corso a parlare delle sfide e delle opportunità nella programmazione delle attività di prevenzione dell'influenza della SARS CoV 2, del nuovo coronavirus: la spiegazione è abbastanza semplice come è accaduto praticamente in tutte quante le ASL del nostro territorio nazionale nel momento dell'emergenza, parliamo soprattutto del mese di marzo, molti operatori di altri servizi delle aziende sanitarie al di fuori dei classici dipartimenti di prevenzione, servizio di igiene e sanità pubblica sono stati chiamati a portare il loro contributo alla risposta all'emergenza Covid.

Anche della nostra azienda infatti diversi servizi hanno contribuito, con l'apporto di operatori, alla programmazione dell'implementazione della risposta, così io e tutti gli altri colleghi della mia unità operativa ci siamo trovati in prima linea a contribuire alla risposta all'emergenza. In questa lezione intendo offrire degli spunti di riflessione su quali sono state le difficoltà nella programmazione e nella realizzazione dell'attività di prevenzione, per chi come me ha lavorato in un'azienda sanitaria locale in questi mesi. Partendo da un inquadramento un po' generale su quali sono le grandi aree della prevenzione del coronavirus negli ambiti di intervento e delle attività di prevenzione che non includono soltanto quelle svolte dalle ASL ma anche i comportamenti dei singoli cittadini e le scelte di politica, offrendo appunto degli spunti di riflessione.Poi alla fine di questa lezione intendo fornire delle esperienze che invece riguardano più direttamente il lavoro della mia unità operativa per quanto concerne la risposta all'emergenza coronavirus.

Gli immigrati e gli stranieri, ovvero le popolazioni che noi chiamiamo marginali, hanno posto delle sfide particolari per il controllo dell'infezione poiché sono in generale popolazioni che hanno difficoltà di accesso ai servizi sanitari, hanno diverse barriere ed è difficile in queste popolazioni promuovere l'implementazione delle pratiche di distanziamento sociale. Ci hanno posto delle sfide particolari ed ho messo in atto delle strategie che, a nostro avviso, sono state comunque di successo per il controllo dell'infezione, che crediamo possano fornire delle buone pratiche per essere eventualmente replicate in altri contesti.Ho pensato di raggruppare le attività di prevenzione dell'infezione da SARS CoV 2 in tre grandi ambiti di intervento.

Un primo esempio sono le misure della sanità pubblica, cioè tutte quelle scelte di politica sanitaria, e non strettamente sanitaria, che sono state messe in atto nel corso di questi mesi e quello che intendo far vedere è come queste siano cambiate nel tempo e se si siano dovute adattare mano mano a quello che si veniva a sapere dell’infezione. La stessa cosa è avvenuta anche con le misure individuali, queste sono le misure che ciascun cittadino è stato invitato a seguire in questi mesi per il contenimento dell'infezione. Anche qui le raccomandazioni sono cambiate nel corso del tempo perché si sono prodotte delle nuove evidenze sulle modalità di trasmissione, sull’efficacia di alcuni mezzi di prevenzione e anche sul come si stesse diffondendo il virus nel nostro paese. Poi ci sono le attività più propriamente di pertinenza sanitaria, il dipartimento di prevenzione, le attività di sorveglianza e controllo dell'infezione. All'interno di queste ricadono le famose tre T di cui si sta parlando molto ultimamente, le attività di Tracing , Testing e Treating, l’ultima in realtà non è proprio di pertinenza del dipartimento di prevenzione, è più un'attività legata alla pratica clinica e infatti non sarà affrontata da me in questa lezione, ci sono dei colleghi che ne hanno già parlato in questo corso FAD.

Io mi concentrerò più sulle attività di Tracing quindi tutto il tracciamento dei contatti di Testing, portando degli esempi di quanto sia stato poi difficile programmare e realizzare queste attività nel momento in cui, nel giro di poche settimane, si è trovati letteralmente invasi di segnalazioni e di notifiche di nuovi casi nel nostro paese e nella ASL dove io lavoro. Sappiamo che il primo caso autoctono nel nostro paese è stato registrato alla fine di febbraio, intorno al 20 febbraio del 2020, ovvero il caso di Mattia il paziente di Codogno arrivato in ospedale con una polmonite atipica di eziologia non facilmente definibile, l'intuizione della collega Annalisa, medico anestesista, che ha deciso di fare il test per il coronavirus ed ha posto la prima diagnosi autoctona di infezione da coronavirus nel nostro paese. Da lì si è osservata una crescita esponenziale dei casi, il territorio dell’ASL Roma 2 era in ritardo di due settimane rispetto a tutto il resto d'Italia, probabilmente perché i primi casi avvenuti nel nord Italia si sono spostati poi nelle altre regioni un paio di settimane dopo. Comunque il picco dell' infezione si è registrato intorno alla seconda  metà di marzo, momento in cui anche la nostra la nostra ASLsi è trovata ad essere investita letteralmente di notifiche di segnalazioni. Questo è un dato che mi preme sottolineare perché trovarsi pronti a rispondere all’arrivo così repentino di un numero importante di notifiche di casi d'infezione con l'infrastruttura preesistente ha creato non poche difficoltà.

 Farò anche una panoramica delle diverse misure che sono state intraprese a livello  della politica nazionale . Il 9 marzo  la fase di lockdown, le misure di contenimento dell'infezione, il distanziamento sociale con il divieto di spostamento delle persone dal proprio domicilio  se non per motivi fortemente giustificati ha portato a una diminuzione notevole delle nuove infezioni, infatti già dalla seconda metà di marzo i casi sono andati sempre diminuendo. A maggio, quando si è lentamente riaperta la possibilità di riprendere le attività consuete e di spostarsi liberamente nel paese la situazione dell'epidemia era abbastanza sotto controllo, da metà- fine luglio e adesso, in particolare nelle ultime settimane, stiamo osservando un nuovo aumento di casi dovuto in particolare agli spostamenti legati al periodo di vacanze. La gente ha infatti cominciato a viaggiare sia all’interno del paese che fuori, probabilmente c'è stata anche una diminuzione della percezione del rischio perché tutto sommato erano un paio di mesi che le cose stavano andando  piuttosto bene e questo ha fatto sì che si osservasse un numero non indifferente di casi. Ripeto non è il mio compito affrontare l’epidemiologia dell'infezione ma era importante ripetere l'andamento dell'infezione nel nostro paese perché questo punto fornisce le basi per quanto sto per comunicare con le prossime slide. Questa è una panoramica delle misure di sanità pubblica, quello che mi preme comunicare è il fatto che le misure di unità pubblica si sono dovute necessariamente adattare a quello che stava succedendo.

Come dicevo prima stiamo parlando di un virus sconosciuto all’uomo, non era mai passato dall’animale all’uomo fino al dicembre  dello scorso anno, è un'infezione di cui non  conoscevamo le modalità  di contagio, di trasmissione e ancora adesso ci sono delle incertezze per esempio su quanto l'individuo sia effettivamente contagioso. In Italia, per dire, noi stiamo ancora trattando come contagioso qualsiasi individuo abbia una positività anche a un solo gene di quelli evidenziati con la tecnica PCR, nel momento in cui si va ad effettuare una ricerca molecolare per la ricerca del coronavirus e chiediamo alla persona di rimanere in isolamento fino all’esecuzione di due tamponi negativi a 24 ore di distanza. Questa è una pratica che differisce da quelle di altri paesi, negli Stati Uniti ad esempio si è raccomandato di mantenere l’isolamento fino alla risoluzione dei sintomi clinici, in pratica basterebbero tre giorni dopo la risoluzione della sintomatologia febbrile per ritenere un individuo non più contagioso. Per cui le misure di sanità pubblica, le scelte che vengono fatte vanno evolvendo di pari passo a quanto conosciamo di questo virus.

Questo testo è estratto dalla video lezione del dott.ssa Annalisa Rosso, dal corso FAD ECM "The Day After - Parte 2" in uscita a novembre. 

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